L’arte incontra l’inconscio: lo straordinario sodalizio tra Mouna Rebeiz ed Elsa Godart

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LE TARBOUCHE A PALAZZO MOCENIGO

Quando un accessorio diventa simbolo: l’arte di Mouna Rebeiz incontra il pensiero di Elsa Godart

Nelle prestigiose sale del Museo di Palazzo Mocenigo a Venezia, la mostra “Le Tarbouche. Quando un accessorio diventa simbolo” si offre al pubblico come un’esperienza estetica e intellettuale di rara densità. Al centro di questo progetto espositivo si staglia l’iconico copricapo mediorientale — il tarbush o fez — storicamente legato al potere, alla virilità e alle rigide strutture patriarcali d’Oriente. Attraverso le monumentali tele dell’artista di origine libanese Mouna Rebeiz, questo antico accessorio maschile viene scardinato dal suo contesto originario per essere ripensato sul corpo femminile, trasformandosi in un potente manifesto di emancipazione e riappropriazione identitaria.

Il Sodalizio Intellettuale: La Pittrice e la Psicoanalista

La genesi e la forza dirompente di questa mostra risiedono in un profondo e storico legame artistico-filosofico che unisce da oltre un decennio Mouna Rebeiz e la nota filosofa e psicoanalista francese Elsa Godart. Questo legame affonda le radici in un terreno comune: la Rebeiz, prima di consacrarsi interamente alle arti visive, ha completato studi approfonditi in psicologia clinica tra Parigi e Beirut. Questa comune sensibilità verso i labirinti della psiche ha permesso la nascita di una stima intellettuale straordinaria.

Mouna Rebeiz vede nella Godart la mente illuminata capace di decodificare teoricamente ciò che l’istinto pittorico esprime sulla tela. Laddove la Rebeiz agisce con il pennello, evocando archetipi e tensioni tra Oriente e Occidente, la Godart interviene con la parola e lo scavo psicoanalitico. Nel corso degli anni, la studiosa francese è divenuta un’autentica amica e mentore per l’artista, curando i testi critici delle sue principali esposizioni e offrendo una legittimazione filosofica che svela la crisi dell’identità contemporanea e la complessa metamorfosi dell’universo femminile.

L’Enigma di “Bloody Mary”: Tra Storia, Provocazione e Fede

L’opera Bloody Mary (2014, olio su tela), tra le più magnetiche dell’esposizione, incarna perfettamente la sintesi di questo sodalizio e la natura provocatoria della ricerca di Rebeiz. Il dipinto affronta direttamente il tema della religione e del suo impatto dogmatico sulla sofferenza umana. Il titolo gioca intenzionalmente su un doppio binario ironico e drammatico: evoca il celebre cocktail a base di pomodoro e vodka, ma si rifà esplicitamente al personaggio storico di Maria I d’Inghilterra, passata alla storia come “Maria la Sanguinaria” (Bloody Mary) per aver ordinato il supplizio e l’esecuzione di centinaia di protestanti nel XVI secolo.

Nel dipinto, tre donne ritratte di spalle conversano, sormontate da tarbouche di un nero intenso che si estendono a tutto il dipinto facendo da sfondo ai loro corpi ambrati. Davanti a loro compare una figura femminile senza volto, il cui capo è celato da un velo composto da un coloratissimo foulard di Hermès. Questa figura, dedicata alla Vergine Maria, viene interpretata ed espressamente modellata sulle sembianze di Elsa Godart, amica e mentore dell’artista.

La scelta di non mostrare il volto del personaggio della Vergine — interpretato proprio dalla Godart — risponde a una precisa simbologia culturale e teologica. Secondo la tradizione islamica, infatti, il volto della Vergine, così come il volto della donna in generale nella sua dimensione più sacra e intima, deve rimanere segreto, sottratto allo sguardo profano. Celando il viso dietro l’elegante modernità di un foulard occidentale, Rebeiz e Godart uniscono i codici della tradizione e della contemporaneità, puntando il dito sulle restrizioni e sui dolori storicamente causati dalle interpretazioni religiose, e trasformando il silenzio visivo in un grido di denuncia e riflessione.

Un Binomio Universale in Viaggio verso il Futuro

È proprio l’indissolubile binomio tra l’audacia visiva di Mouna Rebeiz e la profondità analitica di Elsa Godart ad aver reso possibile una mostra della portata di Le Tarbouche. L’esposizione, che oggi trova a Palazzo Mocenigo a Venezia una sponda ideale tra merletti, profumi e memorie storiche veneziane, possiede in realtà un’anima nomade. Celebrata in passato in prestigiosi contesti internazionali (come la Saatchi Gallery di Londra nel 2015), la mostra continua a ridefinire i confini del dialogo interculturale. Questo straordinario sodalizio al femminile ha dato vita a un corpus di opere che, dopo aver conquistato la laguna, è destinato a viaggiare ancora, portando il proprio messaggio di libertà e provocazione verso mete future e orizzonti ancora da scoprire.

L’indovino

Tra i progetti più significativi della produzione recente di Mouna Rebeiz che merita di essere menzionato è: The Soothsayer (Le Devin), presentato per la prima volta nel 2022 in occasione della 59ª Biennale di Venezia. Il ciclo nasce da una riflessione sul desiderio umano di conoscere il futuro e intreccia simboli antichi e interrogativi contemporanei, mettendo in dialogo temi come la profezia, i tarocchi, l’inconscio, il destino e le nuove tecnologie. Attraverso una serie di opere fortemente evocative, l’artista esplora le paure e le speranze che accompagnano l’umanità di fronte all’incertezza del domani, interrogandosi sul ruolo dell’intelligenza artificiale e sul rapporto sempre più complesso tra intuizione umana e tecnologia.

Parlo di questa sua mostra passata, perché dopo il successo internazionale ottenuto negli ultimi anni, Le Devin approderà anche a Roma, dove sarà nuovamente esposta a partire dal 9 novembre. L’esposizione offrirà al pubblico italiano l’opportunità di immergersi nell’universo simbolico creato da Mouna Rebeiz, un mondo in cui arte, filosofia e psicoanalisi si incontrano per riflettere sulle grandi domande dell’esistenza contemporanea. Attraverso immagini visionarie e riferimenti che spaziano dall’esoterismo alla tecnologia, la mostra invita il visitatore a interrogarsi sul concetto di destino e sulla capacità dell’essere umano di immaginare il proprio futuro, confermando ancora una volta la profondità e l’attualità della ricerca artistica di Rebeiz.


LE TARBOUCHE AT PALAZZO MOCENIGO

When an Accessory Becomes a Symbol: The Art of Mouna Rebeiz Meets the Thought of Elsa Godart

In the prestigious rooms of the Museo di Palazzo Mocenigo in Venice, the exhibition “Le Tarbouche. Quando un accessorio diventa simbolo” (When an Accessory Becomes a Symbol) offers visitors an aesthetic and intellectual experience of rare depth. At the center of this exhibition project stands the iconic Middle Eastern headpiece — the tarbush or fez — historically linked to power, masculinity, and the rigid patriarchal structures of the East. Through the monumental canvases of Lebanese-born artist Mouna Rebeiz, this ancient male accessory is unseated from its original context to be reimagined on the female body, transforming into a powerful manifesto of emancipation and identity reclamation.

The Intellectual Partnership: The Painter and the Psychoanalyst

The genesis and disruptive power of this exhibition lie in a deep and historic artistic-philosophical bond that has united Mouna Rebeiz and the renowned French philosopher and psychoanalyst Elsa Godart for over a decade. This connection is rooted in shared ground: before dedicating herself entirely to the visual arts, Rebeiz completed advanced studies in clinical psychology between Paris and Beirut. This mutual sensitivity toward the labyrinths of the psyche paved the way for an extraordinary intellectual respect.

Mouna Rebeiz views Godart as the enlightened mind capable of theoretically decoding what her painterly instinct expresses on canvas. Where Rebeiz acts with the brush, evoking archetypes and tensions between East and West, Godart steps in with language and psychoanalytic excavation. Over the years, the French scholar has become a true friend and mentor to the artist, authoring the critical texts for her major exhibitions and providing a philosophical validation that unveils the crisis of contemporary identity and the complex metamorphosis of the female universe.

The Enigma of “Bloody Mary”: Between History, Provocation, and Faith

The artwork Bloody Mary (2014, oil on canvas), one of the most magnetic pieces in the exhibition, perfectly embodies the synthesis of this partnership and the provocative nature of Rebeiz’s research. The painting directly addresses the theme of religion and its dogmatic impact on human suffering. The title intentionally plays on an ironic and dramatic double meaning: it evokes the famous tomato and vodka-based cocktail, but explicitly references the historical figure of Mary I of England, known to history as “Bloody Mary” for ordering the persecution and execution of hundreds of Protestants in the 16th century.

In the painting, three women depicted from behind are in conversation, topped by tarbouches of an intense black that extends across the whole canvas, forming a backdrop for their amber-hued bodies. In front of them appears a faceless female figure whose head is concealed by a veil made from a colorful Hermès scarf. This figure, dedicated to the Virgin Mary, is performed by and expressly modeled on the features of Elsa Godart, the artist’s friend and mentor.

The choice not to show the face of the Virgin character — portrayed by Godart — responds to a precise cultural and theological symbolism. According to Islamic tradition, the face of the Virgin, much like the face of women in general in its most sacred and intimate dimension, must remain secret, withheld from the profane gaze. By hiding the face behind the elegant modernity of a Western scarf, Rebeiz and Godart merge the codes of tradition and contemporaneity, pointing a finger at the restrictions and pain historically caused by religious interpretations, and turning visual silence into a cry of denunciation and reflection.

A Universal Duo Journeying into the Future

It is precisely the indissoluble bond between the visual audacity of Mouna Rebeiz and the analytical depth of Elsa Godart that has made an exhibition of the scale of Le Tarbouche possible. The exhibition, which today finds an ideal backdrop in Venice’s Palazzo Mocenigo among historical lace, perfumes, and Venetian memories, actually possesses a nomadic soul. Celebrated in the past in prestigious international contexts (such as the Saatchi Gallery in London in 2015), the exhibition continues to redefine the boundaries of intercultural dialogue. This extraordinary female partnership has given life to a body of work that, after conquering the lagoon, is destined to travel further, carrying its message of freedom and provocation toward future destinations and horizons yet to be discovered.

The soothsayer – Le Devin

Among the most significant projects in Mouna Rebeiz’s recent artistic production is The Soothsayer (Le Devin), first presented in 2022 during the 59th Venice Biennale. The series stems from a reflection on humanity’s enduring desire to foresee the future, weaving together ancient symbols and contemporary questions through themes such as prophecy, tarot, the unconscious, destiny, and emerging technologies. Through a collection of highly evocative works, the artist explores the fears and hopes that accompany humankind in the face of an uncertain future, while questioning the role of artificial intelligence and the increasingly complex relationship between human intuition and technology.

I mention this past exhibition because, following its international success over the past few years, Le Devin will also arrive in Rome, where it will be presented once again starting on November 9. The exhibition will offer Italian audiences the opportunity to immerse themselves in the symbolic universe created by Mouna Rebeiz—a world in which art, philosophy, and psychoanalysis converge to reflect on the fundamental questions of contemporary existence. Through visionary imagery and references ranging from esotericism to technology, the exhibition invites visitors to reflect on the concept of destiny and on humanity’s capacity to imagine its own future, once again confirming the depth, relevance, and contemporary resonance of Rebeiz’s artistic practice.

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